29
Agosto
2011

Jethro Tull in concerto a Roma: il mito continua

Diciotto luglio: appuntamento con i Jethro Tull

La cornice augustea del teatro romano di Ostia Antica è tra le più congeniali ad un concerto di progressive rock, genere che del legame con la musica classica ha fatto ragion d’essere. Ed eccoci a percorrere il tragitto che ci separa dal palco su cui suoneranno i Jethro Tull ammirando le antiche vestigia e salutando il loro inossidabile chitarrista Martin Barre che fa jogging prima del concerto.

 

Ore 21:45: circa tremila presenze nel pubblico. Appaiono sul palco anche il fido Doane Perry alla batteria, David Goodier al basso e John ‘O Hara alle tastiere, finchè non si accende l’occhio di bue sul mito vivente, quello Ian Anderson che ha prepotentemente imposto il flauto traverso nell’olimpo del rock da oltre quarant’anni non stancandosi mai di perfezionarne stile e tecnica.

Ma torniamo al concerto ostiense: pare plausibile che causa i continui mutamenti dell’ensemble non assisteremo a grosse sperimentazioni: infatti la scaletta non va in cerca di rischi, esordendo con due classici quali Living in the Paste Thick as a brick (e con grossi problemi di amplificazione per la voce di Anderson, successivamente superati), proseguendo con l’album Aqualung a farla largamente da padrone, seppur con versioni non strettamente canoniche ( Up to me, Mother Goose, Hymn 43, My God), e via via con altri classici quali Wind Up e Heavy Horses, senza omettere Budapest e Farm on the Freeway dell’album Crest of a Knave, che segnò la rinascita compositiva dei Tull in pieni anni Ottanta.

La sensazione, ascoltando il gruppo, è che la vena rock venga presidiata sostanzialmente da Martin Barre, stasera in camicione fiorato e splendida forma, mentre il ruolo delle tastiere, affidato al preciso ‘O Hara, sia di mero accompagnamento e con sonorità più vicine al folk della fisarmonica che a quelle dell’Hammond. E’ più ampio lo spazio riservato sia alla chitarra acustica del leader di sempre, Ian Anderson, anche stasera all’altezza della sua carismatica fama, e sia, ovviamente, al suo inarrivabile flauto (sempre coinvolgente nella Bourèe e soprattutto nella trascinante In the grip of stronger stuff, storicamente dedicata al guppo “fratello”, autentica istituzione del folk anglosassone, ovvero i Fairport Convention). Il concerto va avanti deciso e piacevole senza sbavature; è davvero stupefacente che Ian Anderson, pur non avendo necessità economiche (il suo allevamento di salmoni è il secondo della Scozia) conservi intatti gli stimoli per girare il mondo e portare con grande professionismo il vessillo dei Jethro Tull, anche se non riscontriamo grosse sorprese dal concerto, che conferma la capacità del leader di tenerci tutti ipnotizzati come i topi col pifferaio di Hamelin, dominando la scena in lungo e in largo e concludendo in potenza con Aqualung, che fa ondeggiare anche le flemmatiche prime file, e con il bis di Locomotive breath, nel corso della quale Lancelot Barre ci regala il riff della gloriosa “Teacher” . Cento minuti di grande musica senza trucchi e senza inganni, ed i Tull si preparano così per il superfestival londinese di High Voltage a fine settimana.

L’entusiasmo davanti a merchandising (sia vero che falso) è un tornasole dell’amore che vecchi e giovani continuano a nutrire per un gruppo storico che non si può non venire ad ascoltare. Benedetta dunque questa inizialmente imprevista e decisamente piacevole serata capitolina. Intanto, tornando a casa, un fraseggio di flauto continua ad accarezzare la nostra testa...

Elleci

Categories: Musica